Una casa silenziosa nel New Jersey, un registratore a quattro piste, una voce che scava nel buio: il nuovo docufilm ci accompagna lì, dove nasce un suono che non finge e non consola.
Non è un film sul rock, e nemmeno un’operazione nostalgia. Il docufilm dedicato a Bruce Springsteen sceglie una strada diversa, più scomoda e per questo più interessante. Racconta un momento preciso, fragile, quasi silenzioso della sua carriera. Un momento in cui il successo non basta più e la musica smette di essere rifugio per diventare domanda.

Chi si aspetta palchi, folla e assoli resta spiazzato. Qui il centro non è l’icona, ma l’uomo che prova a non farsi inghiottire dall’immagine che tutti ormai conoscono. È un cambio di prospettiva netto, che rende questo lavoro qualcosa di diverso da molti biopic musicali visti negli ultimi anni.
Il cuore del racconto nel docufilm in uscita su Disney+ il 23 gennaio è Nebraska, uno degli album più anomali della storia di Springsteen. Arriva dopo il successo, non prima. Nasce quando tutto sembra funzionare e proprio per questo mette a disagio. Il docufilm insiste su questo paradosso: più la carriera cresce, più aumenta la sensazione di perdere il controllo.
Quelle canzoni non dovevano nemmeno uscire così. Erano registrazioni casalinghe, demo grezzi, pensati come passaggio intermedio. E invece diventano la versione definitiva. Non per mancanza di alternative, ma per scelta. Ogni tentativo di renderle “più grandi” le svuotava. Restare piccoli, in quel momento, era l’unico modo per restare veri.
Nebraska è una storia di sottrazione, non di gloria
La curiosità più forte non è tecnica, ma emotiva. Il film racconta un Springsteen che teme di diventare una caricatura di se stesso. Ha già tutto, ma sente di non avere più un centro. La musica, che per anni è stata una via di fuga, diventa uno specchio. Ed è uno specchio scomodo.
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Non c’è compiacimento, non c’è mitologia. C’è disciplina. C’è silenzio. C’è l’idea che togliere sia più rischioso che aggiungere. È una lezione che vale ben oltre il rock, ed è forse il motivo per cui questo docufilm funziona anche per chi non si considera un fan.
“Liberami dal nulla” non è una frase suggestiva messa lì per caso. È una richiesta vera. Il “nulla” non è il vuoto creativo, ma la paura di restare fermi mentre tutto intorno corre. Springsteen non cerca di reinventarsi. Cerca di non perdersi. Il film segue proprio questa tensione, senza addolcirla.
Interessante anche il coinvolgimento diretto dell’artista. Springsteen ha seguito il progetto, ma senza blindarlo. Non è un racconto autorizzato nel senso più rassicurante del termine. Le ombre restano, i momenti di chiusura anche. Ed è questo che rende il ritratto credibile.






