Negli ultimi anni i notiziari mostrano spesso un cielo affollato: oggetti piccoli, senza pilota, che cambiano il ritmo della guerra. “Drone” sembra una parola unica, ma dietro ci sono famiglie diverse, ognuna con un ruolo preciso e limiti chiari.
Li stiamo vedendo in ogni scenario di guerra lontano da noi, ora iniziamo a farci i conti anche in Italia, e speriamo mai per gli stessi motivi. I droni sono ormai all’ordine del giorno anche per la tematica bellica, e proprio in questi giorni hanno iniziato a sorvolare anche un luogo italiano molto delicato dal punto di vista militare.

Nei giorni scorsi alla Spezia si è tenuta una riunione in Prefettura tra Forze dell’ordine e Marina militare per valutare alcune segnalazioni di droni comparsi nei pressi di siti di interesse strategico del golfo. L’area ospita un concentrato unico di infrastrutture militari e industriali, dall’arsenale della Marina allo stabilimento Fincantieri, fino a centri di ricerca e basi operative.
Secondo quanto riportato da Il Secolo XIX, le verifiche sono doverose nel contesto internazionale attuale, ma senza creare allarme: è più probabile si tratti di un uso improprio o superficiale di droni civili, anche se gli accertamenti in corso restano coperti da riserbo.
I droni in guerra sono diventati centrali perché offrono tre cose insieme: visione, precisione, rischio ridotto per gli equipaggi. Quando diciamo drone o UAV non parliamo di un solo mezzo, ma di sistemi che vanno dal palmare al velivolo con apertura alare di un ultraleggero, fino a piattaforme navali e subacquee.
Cambia il compito, cambia la distanza, cambia il tipo di bersaglio. E cambia anche il costo: alcuni dispositivi sono vicini al mondo consumer, altri richiedono infrastrutture complesse. Non esistono cifre ufficiali universali; molte stime sono parziali o legate ai singoli teatri.
Droni da ricognizione e sorveglianza
Il primo gruppo sono gli “occhi dall’alto”. Questi droni da ricognizione raccolgono immagini, video e segnali. Sorvolano aree di interesse, mappano movimenti, controllano infrastrutture. Non sono armati. Il loro compito è la sorveglianza e l’informazione, spesso per guidare decisioni di comando o coordinare altre unità. In diversi conflitti recenti, le riprese dei droni hanno documentato danni, rotte di rifornimento e persino evacuazioni, aiutando anche verifiche indipendenti.
Droni armati (UCAV)
I droni armati o UCAV trasportano missili o bombe e possono colpire a distanza. La loro forza è la precisione e l’assenza di pilota a bordo. Si usano in modo più strategico che tattico: selezionano obiettivi, limitano effetti collaterali quando possibile e riducono l’esposizione del personale. L’effetto non è spettacolare, è chirurgico. Dietro ogni lancio ci sono regole d’ingaggio e catene di responsabilità; i dettagli operativi non sono pubblici e variano da paese a paese.

Munizioni circuitanti (droni “kamikaze”)
Le munizioni circuitanti sono droni monouso progettati per individuare un bersaglio e detonare su di esso. Sono più piccoli, più economici e spesso più difficili da intercettare. Restano in attesa, “cercano” l’obiettivo e colpiscono quando appare. Vengono impiegati contro postazioni specifiche o mezzi individuati. Alcune varianti privilegiano autonomia, altre la rapidità: la scelta dipende dallo scenario. Non tutte le prestazioni sono note in modo verificabile, e i dati diffusi in tempo di guerra vanno maneggiati con cautela.
Droni tattici leggeri
I droni tattici sono piccoli e a corto raggio, spesso simili a modelli civili adattati. Servono per esplorare edifici, osservare strade, controllare zone immediatamente vicine al fronte. Danno “situational awareness” a squadre sul campo con una spesa contenuta e tempi rapidi. Sono rumorosi a breve distanza, vulnerabili al vento e al disturbo del segnale, ma colmano il vuoto tra l’occhio umano e i sistemi più grandi.
Droni navali e subacquei
Non tutti i droni volano. Esistono droni di superficie che navigano come piccoli scafi senza equipaggio ed esistono droni subacquei. Operano in ricognizione marittima, proteggono o minacciano rotte, avvicinano porti e moli, e possono condurre attacchi o sabotaggi. L’elemento acqua aggiunge complessità: correnti, fondali, sensori. Anche qui, molte capacità restano classificate e le prestazioni pubbliche sono solo indicative.
Droni per guerra elettronica
I droni dedicati alla guerra elettronica non colpiscono fisicamente. Puntano a disturbare comunicazioni, GPS e radar, a confondere sensori e a “oscurare” porzioni del campo di battaglia. Il loro valore sta nel disorientare il nemico e nel limitare le sue capacità operative. Possono accompagnare altre piattaforme, creare corridoi di sicurezza o, al contrario, renderli impraticabili.
Il drone è ormai parte della struttura della guerra moderna
Esistono quindi diverse grandi famiglie, ognuna con una grammatica propria. Il drone non è più un’aggiunta: è parte della struttura della guerra moderna, con implicazioni etiche e legali che corrono più veloci della tecnologia.
La prossima volta che vedrai un punto scuro su uno schermo, chiediti: sta guardando, sta colpendo, o sta solo facendo silenzio attorno a sé? La differenza, oggi, muove intere strategie.




