Non solo Sanremo: le meraviglie dell’Estremo Ponente Ligure

Sanremo accende il cartellone, ma basta allontanarsi di pochi chilometri perché il rumore si abbassi e il paesaggio cambi voce. L’Estremo Ponente Ligure inizia dove il nome famoso finisce, tra scogli, terrazze d’ulivo e vallate che guardano in tre direzioni: mare, Francia, Piemonte.

Non solo Sanremo: le meraviglie dell'Estremo Ponente Ligure
Non solo Sanremo: le meraviglie dell’Estremo Ponente Ligure – ferrarafestival.it

Sanremo resta sullo sfondo. La costa riprende fiato. Si sente odore di salsedine e di rosmarino. I muretti a secco disegnano la collina. L’Aurelia corre stretta, poi lascia spazio al passo lento.

Ospedaletti frena il traffico. Bordighera cambia la luce: palme antiche, pietra che scalda al pomeriggio, mare che riflette alghe e posidonia. A Ventimiglia il confine non è una linea, è un’abitudine. Al Balzi Rossi le grotte raccontano presenze antiche, con reperti paleolitici affacciati sul blu.

Qui la Riviera di Ponente ha scogli corti, spiagge scure, falesie che odorano di salmastro. Si notano parole francesi nei bar, prezzi in due valute fino a pochi anni fa, abitudini miste. Il vento di ponente lima gli angoli e pulisce l’orizzonte: Mentone sembra a portata di mano.

Il ritmo del Ponente ligure

Il ritmo del Ponente ligure cambia appena si sale. In venti minuti il mare è memoria. La Val Nervia si stringe tra le fasce. A Dolceacqua un arco di pietra attraversa il torrente; Claude Monet lo dipinse nel 1884, attratto dal ponte e dal castello. Il vino profuma di macchia: Rossese, secco e schietto, riconosciuto come DOC. Ad Apricale le case si appoggiano l’una all’altra; la piazza è una inclinazione, non una cartolina. Si mangia semplice: farina, olio, erbe. Le mani impastano ancora come una volta, senza folklore.

La Valle Argentina sale decisa. Triora sta quasi a 800 metri, tetti d’ardesia e legno che scricchiola d’inverno. I documenti del tardo Cinquecento ricordano processi per stregoneria: carte, non leggende. I castagni segnano il calendario. La tecnica dei muretti a secco qui è quotidiana, non decorativa; regge terra e lavoro, riconosciuta a livello internazionale per la sua sapienza. La pecora brigasca resiste alle pendenze, tra pascoli corti e pietra. La lingua cambia da borgo a borgo: italiano che si mischia al provenzale alpino, suoni che scendono dalle valli e tornano al mare.

Tra Sanremo e queste valli c’è un confine mobile. Le ricette lo mostrano bene: sardenaira e pissaladière si parlano da sponda a sponda; acciughe, olive taggiasche, aglio gentile. Il colore dell’acqua varia con il fondale, il colore della pietra con la quota. Non ci sono città grandi, ma reti corte di relazioni: piazze, carruggi, forni, botteghe. La distanza si misura in curve, non in chilometri.

Questo è un pezzo di borghi liguri che guarda tre mondi. Liguria per luce e terrazze. Provenza per lessico, profumi, mercato di frontiera. Piemonte per i colli oltre i valichi, per certe nebbie d’autunno e per la carne in umido nelle osterie dell’alta valle. La geografia è una cerniera, non un muro.

Sanremo resta utile come chiave, non come fine. Oltre il teatro, l’Estremo Ponente Ligure parla piano. Mare corto, valli lunghe, confini porosi. È un territorio che non ha bisogno di gridare per farsi ricordare: basta il fruscio del vento tra gli ulivi, e il Ponente sta davanti, senza premere.

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