Una frase diventata manifesto e incontri che hanno fatto scuola. A Giffoni i grandi del cinema hanno accettato il confronto più difficile.
Giffoni ha sempre avuto una capacità particolare: rendere naturale ciò che altrove sarebbe eccezionale. Un ragazzo che prende il microfono e fa una domanda diretta. Un grande nome del cinema che ascolta, riflette, risponde senza scappatoie. In mezzo c’è il cinema, certo. Ma intorno c’è qualcosa di più solido: la relazione tra chi crea e chi guarda, costruita senza barriere.

Se esiste una frase capace di riassumere tutto questo, è quella pronunciata da François Truffaut, ospite del festival nel 1982, quando definì Giffoni “il festival più necessario”. Non il più glamour, non il più prestigioso. Necessario. Una parola che pesa, perché indica una funzione, non un ornamento. A distanza di decenni, quella definizione continua a funzionare come un manifesto non scritto.
Proprio quell’edizione del 1982 è diventata una sorta di punto fermo nella storia del festival. Nei documenti ufficiali compaiono insieme Truffaut e Robert De Niro, due mondi lontanissimi che si incontrano in un piccolo centro della Campania. Non per una passerella, ma per dialogare con una giuria composta da ragazzi. Già allora il messaggio era chiaro: a Giffoni la fama non basta, serve disponibilità all’ascolto.
Negli anni successivi questa linea non è mai stata tradita. Tra gli ospiti del passato figurano nomi che appartengono alla storia del cinema mondiale, come Meryl Streep. Anche in questo caso, il valore non sta solo nella presenza, ma nel contesto. A Giffoni l’ospite non è isolato dal pubblico, non viene protetto da rituali rigidi. Incontra i ragazzi, accetta domande semplici e complesse, si espone. È un formato che richiede tempo e attenzione, due risorse sempre più rare.
L’exploit del 2010: da Samuel L. Jackson a Susan Sarandon
Un’altra edizione spesso citata è quella del 2010, quando il festival accolse personalità come Samuel L. Jackson, Susan Sarandon ed Elijah Wood. Tre percorsi diversi, tre immaginari lontani, ma una dinamica comune: sedersi davanti a una platea giovane che non ha timore di chiedere “perché”. È in momenti come questi che Giffoni dimostra di saper tenere insieme cinema popolare e cinema d’autore senza forzature, mantenendo una coerenza rara.

Col passare degli anni, l’elenco degli ospiti si è allungato, ma il senso è rimasto intatto. I grandi nomi servono a raccontare una cosa precisa: che il festival è credibile perché non vive di celebrità, ma di un’idea chiara. Chi arriva a Giffoni sa che non basta presentarsi. Bisogna mettersi in gioco, accettare il confronto, riconoscere che davanti ci sono interlocutori veri, non spettatori distratti.
È per questo che la frase di Truffaut continua a essere citata. Non come nostalgia, ma come bussola. Giffoni è “necessario” perché crea uno spazio in cui il cinema torna a essere dialogo, non vetrina. E quando un festival riesce a mantenere questa promessa nel tempo, i grandi ospiti diventano testimoni di qualcosa di più grande di loro: un’idea che funziona.





