Perché in mongolfiera si vola all’alba o al tramonto

Scena tipica: sveglia prima del sole o corsa verso l’ultimo chiarore. Sembra poesia. In realtà è una finestra tecnica stretta, decisa dall’aria più che dall’uomo. La mongolfiera si piega alle sue regole, e lo spettacolo nasce proprio da lì.

Chi immagina un rito romantico, trova checklist e orari rigidi. I piloti guardano bollettini, variabili locali e mappe del meteo. Niente improvvisazione. La logica è semplice: si sceglie quando l’atmosfera offre il terreno più amico. Ma il perché non sta nel colore del cielo. Sta in come respira l’aria.

Mongolfiere che volano all'alba
Perché in mongolfiera si vola all’alba o al tramonto – ferrarafestival.it

Prima di decollare, si misura il vento con una manica e con palloncini sonda artigianali. Si controlla l’evoluzione oraria, non solo il valore istantaneo.

Molti operatori fissano i voli entro 90 minuti dall’alba e negli ultimi 120 minuti prima del tramonto. Non è marketing. È gestione del rischio. In genere si cerca un vento al suolo sotto 8–12 nodi (15–22 km/h). Le soglie variano per modello e addestramento, e non esiste un limite unico valido per tutti.

Di notte il suolo si raffredda. Sopra si forma uno strato stabile, quasi “imbottito”. La stabilità dell’aria è massima nelle prime ore del giorno e torna nel tardo pomeriggio. Tradotto: meno turbolenza, meno sorprese. Le correnti termiche sono deboli o assenti, perché il Sole non ha ancora rimescolato gli strati o ha appena smesso di farlo. Un pilota esperto aspetta anche 10–20 minuti se vede piccoli segnali di rimescolamento. È tempo guadagnato in qualità del volo e in precisione d’atterraggio.

Questa finestra porta anche un vantaggio chiave: un vento prevedibile. All’alba e al tramonto gli strati scorrono più ordinati. Le direzioni cambiano poco con la quota, così la traiettoria si legge meglio. In un’attività senza timone e senza freni, la prevedibilità è tutto. Pianifichi il punto di recupero, proteggi terreni agricoli, eviti linee elettriche. È tecnica che diventa logistica.

Perché a metà giornata non si vola

Verso il mezzogiorno il suolo scalda in modo irregolare. Nascono correnti termiche che spingono l’aria in su a bolle. La colonna sale, poi ricade ai lati. L’effetto è una turbulenza difficile da leggere e da gestire con un involucro che galleggia nell’aria.

In estate, le correnti verticali possono risultare molto energiche; i valori precisi cambiano da zona a zona e non sono sempre prevedibili con anticipo locale. Il risultato pratico è secco: decollo e atterraggio diventano duri. Un cespuglio diventa un ostacolo serio. Con 20 km/h al suolo, il cestello striscia e può urtare. La priorità è la sicurezza della squadra e dei passeggeri. Da qui l’orario.

C’è poi un punto spesso taciuto: la sera, in alcune valli, subentrano brezze di drenaggio. Se si alzano troppo, si rinvia. La regola resta la stessa: se il vento non è gestibile, si resta a terra. Meglio perdere un tramonto che guadagnare una storia sbagliata.

Ed è qui che tecnica e fascino si stringono la mano. La luce morbida non è la causa del volo. È il segnale che l’atmosfera concede una tregua. Sapere che quell’equilibrio si regge su pochi gradi di temperatura e su un filo d’aria calmo cambia lo sguardo: non stai inseguendo il cielo, stai scegliendo l’ora giusta della fisica. La poesia? È un effetto collaterale. E se fosse questo il modo più onesto di guardare anche altri riti “romantici” della natura?

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