All’alba, il bruciatore accende il silenzio. Il cesto si alleggerisce, la campagna si allontana. Niente scatti, niente vibrazioni. Solo aria. Poi arriva la domanda che tutti pensano e pochi fanno: quanto è davvero sicuro il volo in mongolfiera?
Prima di correre alle conclusioni facciamo un passo indietro. Una mongolfiera non ha eliche né ali rigide. Va dove va il vento, a velocità moderate. Questa semplicità sorprende chi sale per la prima volta: il volo è fluido, quasi statico. Non ci sono manovre brusche, non ci sono panne motore. E già qui si capisce una cosa: molti dei rischi che immaginiamo appartengono ad altri velivoli.

La sicurezza non nasce in quota. Nasce a terra, prima del decollo. Il meteo è la chiave: i piloti volano all’alba o al tramonto perché l’aria è stabile e i venti sono miti. Se il vento in superficie cresce, il volo non parte. Sembra banale, ma è la regola d’oro: il miglior decollo è quello che si rimanda. Ho visto cancellare un volo a cinque minuti dal gonfiaggio perché si erano formate raffiche calde sulla collina vicina. Delusione? Sì. Scelta giusta? Sempre.
Gli incidenti in mongolfiera sono rari e, quando accadono, quasi sempre ruotano attorno al vento e all’atterraggio. Gli organismi investigativi mostrano numeri contenuti rispetto al volume di voli turistici; nella maggioranza dei casi si parla di “hard landing” con contusioni lievi alla caviglia o al polso.
Eventi gravi esistono, e la storia recente lo ricorda, ma restano l’eccezione e hanno innescato norme più stringenti su formazione, idoneità medica e controlli. Il quadro è in evoluzione e varia per Paese e anno: non esistono cifre uniche e aggiornate ovunque, e va detto con onestà.
Paura e rischio: due storie diverse
La paura è umana. Vedere il vuoto sotto i piedi accende l’istinto. Ma il rischio reale segue logiche diverse: velocità d’impatto basse, inviluppo che assorbe energia, traiettorie previste. Il momento più delicato è l’atterraggio con vento teso: il cesto può trascinare. Qui contano il briefing e l’ascolto del pilota. Posizione di sicurezza, ginocchia flesse, mani dentro il cesto. Una regola semplice evita molte lesioni. L’elettricità? I tralicci sono un pericolo noto, marcato nelle mappe e oggetto di addestramento specifico.
E a proposito di addestramento. In Europa esiste una licenza dedicata, con esami su meteorologia, navigazione, gestione del rischio. Per il trasporto passeggeri servono abilitazioni, ore di esperienza e procedure di manutenzione documentate. Non è burocrazia fine a sé stessa. È una grammatica comune che rende il sistema più sicuro. Anche la cultura dell’operatore conta: quante volte ha rinunciato a volare? Che standard usa per dichiarare “no-go”? La sicurezza si riconosce da queste scelte invisibili.
Cosa resta allora dell’immaginario? L’idea di un mezzo “romantico ma incerto” non regge ai fatti. Un mezzo a basso rischio, se gestito con meteo favorevole e disciplina, offre un margine ampio. Non è privo di pericoli. È un rischio reso comprensibile, spiegabile, condiviso.
Alla fine, la sicurezza non è una promessa. È un’abitudine. È dire “oggi no” quando l’aria non parla la lingua giusta. È fidarsi di chi, ogni alba, guarda il cielo e sa aspettare. La prossima volta che vedrai una mongolfiera allontanarsi, chiediti: quanto vale un volo? Forse, la risposta è nella calma con cui qualcuno sceglie di restare a terra.





