Una cesta di vimini, una fiamma che ruggisce, poi silenzio. La terra scorre lenta e l’aria sembra reggere tutto. Non è un trucco: è un patto semplice tra calore, aria e pazienza.
All’alba la mongolfiera si gonfia, prende forma, e già qui nasce l’idea di magia. Il bruciatore spara un lampo di fuoco. Il telo si tende. Ci si stacca dal prato come se qualcuno avesse allentato un filo.

In cielo, però, non c’è un volante. Solo strumenti essenziali, mani sul comando della fiamma e un occhio al cielo. Chi sale a bordo chiede: “Come la giri?”. Il pilota sorride. L’orizzonte risponde meglio di qualunque leva.
Il cuore della spinta è nell’aria calda. Quando l’aria dentro l’involucro si scalda, la sua densità diminuisce. L’aria esterna, più “pesante”, spinge l’involucro verso l’alto: è la stessa logica che fa galleggiare una barca. È il principio del galleggiamento, applicato all’aria. Con numeri alla mano: se l’aria esterna è intorno ai 20 °C e quella interna arriva vicino ai 90–100 °C, la differenza di densità può generare circa 0,25 kg di spinta per metro cubo.
Una busta da 2.500 m³ sviluppa così, in condizioni standard, dell’ordine di 600 kg di sostentamento utile, sufficienti per cesta, equipaggiamento e 3–4 persone. I valori cambiano con quota, umidità e temperatura: non esiste una cifra unica, e i piloti fanno i conti prima del decollo.
Il bruciatore funziona a propano. Il carburante, liquido nelle bombole, vaporizza e brucia in una fiamma corta e potente. Non resta acceso di continuo: il pilota dà “colpi” di calore per mantenere la temperatura interna. Un impianto sportivo consuma in media 30–40 litri all’ora, ma dipende da peso, meteo e stile di volo. Il limite non è la bravura, è il materiale: oltre certe temperature l’involucro si stressa. Per questo si vola morbidi, con margine.
Salire, scendere, andare. E occhio all’atterraggio
Il controllo è verticale. Per far salire la mongolfiera si scalda l’aria con brevi azioni sul bruciatore. Per scendere, si lascia raffreddare o si apre per qualche secondo la valvola in cima (la “paracadute”), che fa uscire aria calda. Un variometro mostra il tasso di salita e discesa; l’altimetro dice a che quota siamo. Tutto semplice, tutto deciso dal calore.
In orizzontale comanda il vento. Non esiste un vero volante, perché la mongolfiera non spinge l’aria: ci si lascia portare. Si può però “scegliere” quale vento prendere, cambiando quota. Strati d’aria diversi scorrono in direzioni e velocità diverse. A 300 metri si può trovare una brezza da est, a 800 una corrente da sud: il pilota legge il cielo, osserva fumo, nuvole, dati meteo, e “pesca” lo strato giusto con piccole correzioni di temperatura. È una direzione per piani sovrapposti, non un tracciato su rotaie.
Alla fine l’atterraggio è un ritorno misurato. Si scarica un po’ di calore, si cerca un campo ampio, ci si allinea al vento. La cesta tocca, striscia, si ferma. Resta l’immagine: strade invisibili, fatte d’aria, che cambiano con il sole e l’ora. Sapere che una mongolfiera “galleggia” toglie magia? Forse no. La sposta: dalla fantasia al cielo reale. E a quel punto viene voglia di chiedere al vento: oggi, dove mi porti?





