Scopri come i droni per disinfestazione stanno rivoluzionando il settore agricolo, riducendo rischi e tempi operativi. Leggi sulle loro funzionalità, costi e regolamentazioni.
All’alba, un ronzio basso scivola sopra le file di alberi. Non è fantascienza: è un drone che irrorando con precisione millimetrica evita passaggi pesanti, sprechi e tempi morti. Per molte imprese, la disinfestazione aerea è già un vantaggio concreto, non un’idea futuribile.

I droni per disinfestazione stanno entrando nel lavoro quotidiano di aziende agricole, consorzi e facility manager. Intervengono dove i mezzi a terra fanno fatica: argini, risaie, frutteti in pendenza, aree umide, capannoni con coperture complesse. Riducendo contatti diretti con i prodotti, tagliano rischi operativi e tempi. In più, consentono dati e tracciabilità che piacciono al reparto qualità: log di volo, mappe, lotti trattati.
Ma come lavorano questo tipo di droni? Il cuore è semplice: serbatoio, pompaggio, ugelli, controllo. Un serbatoio da 10 a 40 litri alimenta una pompa a portata variabile; gli ugelli (a ventaglio o rotativi) definiscono la dimensione della goccia e la copertura. Un flussometro regola la dose al metro quadrato.
Il tutto è guidato da un controllo con GPS/RTK e radar o lidar per seguire il profilo del terreno. In pratica, si carica la missione, si imposta la dose, si decolla: il drone vola a quota costante, apre e chiude l’irrorazione a tempo e tratta solo dove serve.
Nella disinfestazione urbana, gli stessi sistemi rilasciano larvicidi (ad esempio su canali e caditoie) o granulari nelle aree umide. Nelle colture, la precisione limita la deriva e ottimizza i trattamenti fitosanitari. In condizioni ideali i modelli professionali coprono diversi ettari l’ora; sul campo, con ambienti complessi, ci si assesta spesso su ritmi più prudenti, ma costanti.
Un aneddoto che rende l’idea: in un frutteto collinare, ho visto un team passare da una mezza giornata con atomizzatore a poco più di un’ora con un drone agricolo. Nessuna ruota ha toccato il suolo, zero compattamento, operatore lontano dall’area trattata.
Costi, formazione e regole per l’utilizzo di questi droni
Qui arriva il punto che interessa ai conti. Le fasce di prezzo oggi sono tre: Entry professionale (10–15 L): da 7.000 a 12.000 euro. Medio/alto (20–30 L): da 15.000 a 25.000 euro. Top range (30–40 L, RTK e sensori avanzati): da 25.000 a 35.000+ euro.
Un kit operativo completo con più batterie, caricatore rapido, RTK e accessori porta spesso l’investimento tra 25.000 e 45.000 euro. I costi di gestione tipici includono: Batterie: vita utile 150–200 cicli; 700–1.200 euro cad. Manutenzione e consumabili: 5–10%/anno del valore del mezzo. Assicurazione RC obbligatoria: 500–1.500 euro/anno in base a massimali e impieghi. Ricambi (ugelli, tubazioni, pompe): budget 1.000–3.000 euro/anno, variabile.
Le tariffe di servizio praticate sul mercato europeo, prodotto escluso, oscillano spesso tra 35 e 90 euro/ha a seconda di pendenza, frammentazione e dose richiesta. Sono valori indicativi: in siti complessi o interventi urgenti il prezzo può salire.
Capitolo normativa. In UE lo spargimento di liquidi rientra quasi sempre nella categoria “Specific”. Significa: analisi del rischio (SORA o scenario riconosciuto), autorizzazione operativa rilasciata dall’autorità nazionale e manuale operativo aggiornato.
In Italia, serve formazione in categoria Specific oltre agli attestati base (A1/A3, e A2 se richiesto dall’operazione), assicurazione, identificazione dell’UAS e, per trattare colture con prodotti fitosanitari, l’abilitazione (“patentino”) dell’operatore e la corretta gestione dei registri. Certi scenari locali e i vincoli ambientali (buffer, vento, orari) possono introdurre ulteriori limiti. Non date per scontata la conformità: verificate caso per caso.
Case reali? In contesti di bonifica e lotta alle zanzare, i droni stanno già coprendo vasche, canali e risaie dove i mezzi tradizionali non arrivano, con riduzioni dei tempi operativi e miglior controllo delle dosi. In viticoltura di collina, diverse aziende riportano meno deriva e meno passaggi su suolo bagnato. Non sempre ci sono numeri pubblici comparabili, ma la tendenza è chiara.





